I primi di pasta a Roma: amatriciana, gricia e carbonara

Cosa mangiare a Roma. I migliori piatti della tradizione romana

 

Siete nella capitale e non sapete cosa mangiare a Roma durante il vostro viaggio? Siete nel posto giusto. Non preoccupatevi, nella capitale riuscirete a trovare facilmente un ristorante di tipica cucina romana che saprà stupire i vostri palati e soddisfare la vostra voglia di esplorare, a suon di trattorie a conduzione familiare, l’universo di prelibatezza che vi attende tra il Colosseo e San Pietro.

Avete appena lasciato alle vostre spalle l’atmosfera animata del Mercato di Campo dei Fiori e vi siete perduti tra i vicoli del centro per ritrovarvi meravigliati davanti al cielo al tramonto di Piazza Navona o avete appena attraversato il Tevere per scoprire i vicoli di Trastevere. Avete lasciato che i vostri occhi si meravigliassero davanti alla magnificienza della Cappella Sistina o siete saliti fin su, in alto, sul “cuppolone” come cantava Antonello Venditti, la Cupola di S. Pietro, per scorgere in lontananza i tetti di Roma. Insomma, avete camminato, guardato, ammirato e ora volete assaggiare qualche tipico piatto della cucina romana? Come si dice a Roma, volete “magnà”!

Ecco allora un elenco dei migliori piatti della cucina tradizionale romana raccontati da un “romano de Roma“:

Maccarone m’hai provocato e.. io me te magno!

Maccarone m’hai provocato e io te distruggo maccarone! Io me te magno” diceva Alberto Sordi nei panni di Nando ne Un americano a Roma. Maccaroni, pasta, fettuccine e chi più ne ha più ne metta. Iniziando dai primi piatti, è la pasta e i suoi mille modi di gustarla a lasciarvi senza fiato!

Ci sono gli spaghetti alla carbonara, preparati con guanciale, aglio, olio e un preparato di uova sbattute con parmigiano e pepe nero. Chiudete gli occhi e sentite, se la carbonara è fatta a regola d’arte, quella salsa morbida e gustosa che avvolge il palato.

Alberto Sordi mangia gli spaghetti

Gricia, amatriciana e cacio e pepe

Non perdetevi un’altra ricetta della tradizione povera romana: gli spaghetti cacio e pepe. E’ uno tra i piatti piu antichi e semplici. La storia del cacio e pepe? Si narra che i pastori portavano con se pezzi di pecorino stagionato, pepe nero e pasta essiccata: tre ingredienti in grado di conservarsi a lungo e far rimane intatta la propria qualità. Pasta, pecorino e pepe, un’amalgama troppo semplice per non colpirvi direttamente al cuore. Una variante simile sono gli spaghetti alla Gricia.

I primi di pasta a Roma: amatriciana, gricia e carbonara

La Gricia romana ha preso il nome dal Cantone dei Grigioni, la zona da cui spesso provenivano i pastori provenienti dai monti abruzzesi, che portavano con se qualche pezzo di guanciale. Detta da un romano doc, è una amatriciana senza il sugo! Infine, non potevano mancare gli schizzi e l’opulenza gastronomica dei famosi e citati bucatini all’amatriciana. Gli ingredienti sono pochi e genuini: olio d’oliva, guanciale, parmigiano, pecorino, pomodoro e un pizzico di peperoncino. Provate a mangiarla tutta senza sporcarvi il bavero della camicia e provate il famoso risucchio del bucatino, un’esperienza da provare quando si stanno gustando le ricette romane in qualche trattoria in Trastevere.

Volete assistere ad un dibattito colorito tra romani? Chiedete loro se nell’Amatriciana si deve aggiungere la cipolla o meno. Ci sono scuole di pensiero diverse, ma perché perdere l’occasione di sentire qualche “Ahò!“, “ma che davero davero” urlato a squarciagola tra i vicoli del centro?

Non perdetevi infine un altro piatto della cucina romana, gli gnocchi alla romana! Forse considerati più “delicati” rispetti agli altri primi piatti, la presenza di burro, latte e parmigiano reggiano sapranno consolarvi dall’assenza di guanciale e pepe nero.

E dopo il primo c’è…l’abbacchio!

Sopravvissuto ai pranzi di Natale e alle cene con i parenti, dove ogni zia sfoggiava con orgoglio il risultato di ore e ore trascorse a trafficare davanti ai fornelli, posso dirlo con orgoglio: l’abbacchio è un piatto immancabile per ogni romano che si rispetti.

Abbacchio alla romana

Diffidate da chi ritiene il sapore troppo forte e non mangia con le mani uno dei piatti più succulenti della cucina romana. L’abbacchio, l’agnello o insomma la pecora fino ad un’anno di età è, e mi perdonino gli animalisti, un piatto della tradizione di Pasqua e non solo. Lo troverete cucinato al forno, con qualche intingolo per dare maggiore sapore, o più semplice nella versione allo “Scottadito“: costolette di agnello unte con strutto, sale e pepe e cotte su di una griglia rovente. Croccanti fuori, morbide dentro: renderanno vera l’espressione da pubblicità “se non ti lecchi le dita godi solo a metà“.

Da non perdere neanche i classici Saltimbocca alla Romana: fettine di vitello con un fetta di prosciutto e una foglia di salvia tenute da uno stecchino. Dove sono fritte? Che domande, nel burro ovviamente!

Ricette romane “forti”: la trippa

Se volete osare un po’ di più e assaggiare qualche piatto della tradizione romana meno mangiato dai turisti avete due opportunità. Bussare a tutte le porte fino a che una “sora lella” di turno non vi apra invitandovi a pranzo, o leggere con attenzione i menù dei ristoranti alla ricerca di due piatti da non perdere. Sto parlando della coda alla vaccinara e della trippa alla romana. La seconda, lo ammetto, non ci vado pazzo. Stiamo parlando di uno degli alimenti tradizionali di molte regioni italiane, da quella romana fino a quella milanese. Stiamo parlando di un alimento che vanta una storia di migliaia di anni: i greci preferivano arrostirla direttamente sulla brace, mentre i romani la utilizzavano inizialmente nella preparazione delle salsicce.

La trippa alla romana

Ma sapete cosa è la trippa? Beh, per i deboli di stomaco mi spiace ma questo non è posto per voi, perché proprio di stomaco stiamo parlando, precisamente dello stomaco del bovino. Più difficile da cucinare, per via del tempo di cottura richiesto dalla trippa, questo piatto è un mix di romano, antico e sensazioni forti per il palato. E se non avrete lo stomaco di mangiare un po’ di stomaco consolatevi con il detto romano “non c’è trippa pe gatti“.

Dalla coda alla vaccinara alla pajata

La coda alla vaccinara  è un altro di quei piatti che, insieme alla trippa, in genere viene scartato da molti turisti. Veni, vidi, vici direbbe Giulio Cesare. Calatevi nei panni del romano doc e provate anche voi ad affrontare la vostra battaglia di Zela. Troverete nel piatto pezzi di coda di manzo cotta a fuoco lento con varie verdure e pomodoro. Nella tradizione la coda alla vaccinara è la regina del quinto quarto, ciò che rimane del bovino dopo tutte le altri parti più pregiate.

Coda alla vaccinara a Roma

Assaggiatela. Mia mamma, romana doc, usava e per fortuna usa tutt’ora, fare cuocere per ore la coda per insaporire la carne. Se non resistete al contatto con la carne, un po’ viscida e piena di cartilagine, provate almeno ad assaggiare il sugo: rimarrete stupiti da tanto sapore nel piatto. Se volete osare di più ci sono sempre i rigatoni con la pajata, l’intestino del vitellino da latte cotto e servito insieme ai rigatoni.

Avete ancora fame di culinaria romanità? Cicoria e fave con il pecorino!

Allora siete proprio insaziabili! Chiudete il pasto con qualche “leggero” fiore di zucca fritto, con un carciofo alla giudia o con un po’ di fave con il pecorino. Quest’ultime mangiate a chili in genere durante il weekend del primo maggio, quando le famiglie e frotte di amici si recano nei prati dei Castelli Romani (i Pratoni del Vivaro) per trascorrere una giornata fatta di allegria, vino dei Castelli, fave con pecorino e porchetta!

Fave con pecorino a RomaCome contorno del vostro pranzo romano non dimenticatevi di chiedere un po’ di cicoria ripassata in padella o in alternativa un po’ di misticanza romana. Quest’ultima, per i romani de Roma, è possibile che sprigioni qualche lacrimuccia e qualche ricordo di infanzia. Sto parlando di quando la nonna andava a “fare un po’ di misticanza“, armata di coltello e sacco di plastica, nelle colline adiacenti al Santuario della Madonna del Divino Amore, uno degli storici santuari di Roma dove sono cresciuto e a cui si deve il miracolo della salvezza della capitale durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale.

La misticanza altro non è che un insieme di erbe di campo, raccolte con l’esperienza e la sapienza che solo una nonna romana può avere. Come si cucina? C’è chi la preferisce con olio, sale, aceto e qualche filetto di acciughe. Come la preferisco io? In padella “ripassata” come la cicoria: aglio, olio, peperoncino e qualche pomodorino fresco.

Da Roma alla cucina dei Castelli Romani

Per i romani del sabato sera “andare ai castelli” nella maggior parte dei casi vuol dire prendere la macchina e percorrere l’Appia o la Via dei Laghi per raggiungere la piazzetta caotica di Ariccia, un paese tra il Lago di Albano e il Lago di Nemi. Un consiglio? Perdetevi tra le “fraschette” della piazzetta principale, dove decine di butta-dentro un po’ romani e un po’ ciociari vi condurranno in un universo fatto di salumi, formaggi, fagioli con le cotiche, arrosticini di pecora e l’immancabile e ormai nota in tutto il mondo Porchetta d’Ariccia. Non dimenticate poi di leggere il nostro articolo su cosa e dove mangiare ai Castelli Romani.

porchetta-ariccia

Un consiglio per la serata ad Ariccia? Attenti a dove parcheggiate! Il parcheggio davanti alla piazzetta è in genere solo per residenti e fioccano multe più salate di un piatto di spaghetti cacio e pepe.

Le fraschette d’Ariccia e le fragoline di Nemi

Sedetevi in uno dei tavoli apparecchiati “alla Carlona“, in modo semplice e improvvisato, gustate qualche pezzo di salsiccia di cinghiale o una coppietta, strisce di carne di maiale essiccate, e ingannate l’attesa ascoltato gli stornelli romani di sottofondo. Un bicchiere di romanella, il vino rosso dei castelli dal sapore dolce e frizzantino, e le immancabili ciambelline al vino di Marino, saranno il giusto sipario alla fine del vostro tour gastronomico alla scoperta delle migliori ricette da “magnà quando sarete a Roma.

Fraschetta di Ariccia

Se volete chiudere la serata con una nota di dolcezza prendete la macchina e raggiungete la vicina Nemi, dove gustare un po di fragoline di bosco con gelato. Se siete nei paraggi verso i primi di giugno non perdetevi la sagra della fragola: chili e chili di fragole distribuite gratuitamente ai passanti.

E il dolce? Ciambelline al vino e grattachecca!

Se non si è capito sono un amante del “salato”, del sapore verace che solo una piatto tipico romano, dal primo al contorno, può dare. Per chi preferisce un dolce a fine pasto, oltre alle ciambelline al vino di Marino, ci sono i classici Bignè di San Giuseppe, bignè fritti e ripieni di crema pasticcera, i maritozzi con la panna e i mostaccioli, biscotti con nocciole e noci.

Se volete un aiuto per digerire il lauto pasto romano, provate a cercare in uno dei chioschi sul Lungo Tevere la famosa grattachecca romana, un bicchiere di ghiaccio “grattato” con l’aggiunta di sciroppi e frutta fresca.

Un piatto “atipico” da non perdere? La pasta all’amatriciana e carbonara “insieme”: leggera come una coda alla vaccinara su di un’abbondante amatriciana! Dove trovarla? Beh, questo è un segreto per pochi. Volete scoprirlo?

 

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